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Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio. Federico Fellini

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Be Kind Rewind - Gli Acchiappafilm

Si può dire che sia un vero atto d’amore per il “fare cinema” l’ultimo film di Michel Gondry: non tanto per il cinema in sé, quanto per il processo di creazione di un’opera cinematografica, quel momento in cui l’immaginazione deve concretizzarsi nei fatti e trovare soluzioni sempre nuove, rinnovando e adattando costantemente la propria sensibilità. Perché creare, con le mani, con materiali di scarto, o con qualunque cosa capiti a disposizione, è il fulcro della poetica di un regista che, dopo film come Eternal Sunshine e L’arte del sogno, sembra allargare il suo sguardo alla storia recente e passata dello stesso mezzo con cui si esprime. Be Kind Rewind diventa così un omaggio insieme appassionato e sarcastico ai capolavori del cinema e ai blockbuster, attraverso un’operazione di “remake” artigianale che li riduce alle componenti essenziali, ne svela l’artificiosità o il valore, ne celebra il fascino fanciullesco e il seducente magnetismo che esercitano sull’immaginario collettivo. E Gondry lavora proprio su questa dimensione: noi spettatori proviamo piacere e soddisfazione nel riconoscere le sequenze celebri di King Kong o Ghostbusters replicate in economia di mezzi, mentre i protagonisti provano piacere a interpretarle, a reinventarle; ovvero, ad abbandonare le vesti di pubblico passivo per assumere lo status di autori. E allora può succedere che in un quartiere dimenticato dal mondo, in una città in cui Hollywood non passerebbe neppure per sbaglio, un’intera comunità si riscopra unita e solidale nel buio di una sala improvvisata, quando si raggiunge l’apoteosi, e forse anche la conclusione, della straordinaria esperienza di creazione collettiva. Un attimo colmo di dolcezza e di ambiguità che non vuole chiudere il cerchio né offrire soluzioni pronte all’uso, ma cambia volto a una storia giocata in prevalenza sui toni della commedia demenziale-surreale. La fantasia di Michel Gondry declinata in forme sorprendenti: DA VEDERE.

Consigliato: Si
Voto: 7,5

Alvin Superstar


Tim Hill, regista di "Garfield 2" (e anche di un film con i Muppet), costruisce un lungometraggio diretto ai più piccoli, aggiornando le vicende dei tre scoiattoli (che risalgono originariamente al 1958) e inserendo alcuni numeri musicali che forse riescono a intrattenere anche gli adulti. Jason Lee è simpatico nel ruolo dell'eterno sognatore Dave, e la realizzazione degli scoiattoli è realmente accattivante e ben riuscita. Come tutti i film di questo genere, però, i valori fondamentali vengono espressi attraverso le situazioni che vedono coinvolti i protagonisti, e qualche banalità finisce per affiorare. Bisogna comunque tenere conto che la semplicità spesso è molto difficile da trasferire. Alvin Superstar, è un film veramente per bambini, caso raro di questi tempi in cui le major realizzano film di animazione a più livelli per coinvolgere un pubblico sempre più vasto, e recupera dei personaggi che, anche nel piccolo, hanno segnato i tempi.

Consigliato: interessante come film per bambini
Voto: 4,5

Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba

In un abbacinante, glaciale bianconero, il film si apre e si chiude in cielo, mentre risuonano dolci melodie sentimentali. All'inizio ("Try a Little Tenderness") un bombardiere nucleare solca le nubi; alla fine un fungo atomico s'innalza e invade lo schermo, e la voce di Vera Lynn intona "We'll Meet Again" ("Non so dove, non so quando, ma c'incontreremo di nuovo, in un giorno di sole").
Stanley Kubrick, certamente uno dei registi più geniali della storia del cinema, taglia corto con un'opera strepitosa per intelligenza, sofisticazione e bellezza, che in un'epoca di transizione tra la guerra fredda e la 'nuova frontiera' kennediana pone il problema centrale facendo leva sulla coscienza popolare. La domanda è la seguente: e se un cretino, o un pazzo, o un tale dotato di entrambi gli attributi, si prendesse la briga di mettere in moto il meccanismo sterminatore (mentre i russi ne stanno approntando uno analogo, denominato allegramente "Fine del Mondo"), cosa cosa potrebbero fare i potenti della Terra per impedire l'estinzione della razza umana? Ben poco o nulla. Sguinzagliati i bombardieri atomici, non c'è speranza di richiamarli se non con la chiave cifrata incisa nella testa del matto. Il presidente non può far altro che avvertire il suo collega del Kremlino perché abbatta gli aggressori americani. Ma uno di essi sfugge alla distruzione e felicemente compie l'agognata missione.
Così impostata la vicenda da una sceneggiatura perfetta, Stanley Kubrick la conduce al suo inevitabile epilogo, che è appunto la fine del mondo. Poiché il centro focale del film è la troppa razionalità della scienza in balia dell'irrazionalità dell'uomo. Se da un lato il cineasta non cela ammirazione per le computeristiche meraviglie della tecnica (che inquadra da vicino con precisione maniacale), dall'altro deve fare i conti con chi ha l'autorità di maneggiare a sua discrezione strumenti così delicati e letali. "La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai Generali". E qui il Generale in questione si chiama addirittura Jack D. Ripper, che poi vuol dire Jack Lo Squartatore...
Ed ecco la scelta dell'umorismo nero quale ultima ratio per trattare il tema intrattabile, senza prediche moraliste o denunce astratte. Attraverso la deformazione comica e persino farsesca, attraverso lo scatenamento paradossale ma irrefrenabile di un'idiozia che si fa autodistruzione, "Il Dottor Stranamore" (ovvero "come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba" recita il titolo) punta con gelida angoscia al cuore del pericolo, spazzando via, l'uno dopo l'altro, i fumi della propaganda ideologica. Così l'enorme cartello che spicca sul laboratorio militare annuncia a lettere chiarissime "la pace è la nostra professione" proprio mentre è in corso un massacro intestino. Così l'antica marcetta sudista "When Johnny Comes Marchin' Home Again" esplode radiosa tra l'equipaggio dell'aereo che non farà mai più ritorno a casa.
La base militare, il bombardiere e il salone di guerra del Pentagono sono i tre luoghi deputati, nessuno dei quali è praticamente in contatto con gli altri. Ogni tentativo di rapporto è aleatorio, ciascuno è un comparto stagno, gli uomini non comunicano tra loro mentre il tempo orribilmente stringe. Le scenografie dei tre ambienti - realistiche le prime due, espressionista la terza con la sua ferrea geometria a luci ed ombre - rappresentano tutte una diversa ma convergente forma di alienazione collettiva. Il film ha una struttura tanto più solida e reale, quanto più grottescamente infuria la più macabra e micidiale delle fantasie.
Alla base aerea attrezzata come la NASA, lo "squartatore" truce (Sterling Hayden) emette concetti psicolabili come il fumo del suo sigaro. Lui sa a chi dar la colpa della propria impotenza: ai comunisti che gli hanno inquinato i "fluidi vitali". Invano un suo mite sottoposto inglese (Peter Sellers) cerca di ridurlo alla ragione: il Generale ha dato il via all'attacco atomico, non molla il cifrario di richiamo, con la mitragliatrice accoglie il presunto nemico entrato nel campo, finalmente la sua ossessione lo porta al suicidio. Il Maggiore della RAF scopre per caso la famosa "chiave" ma fatica a telefonare al Presidente perché gli mancano gli spiccioli che un altro ebete sopraggiunto (Keenan Wynn) esita a raccogliere da un distributore di Coca-Cola.
Come Generale, il "Falco" del Pentagono (George C. Scott), frustrato nel convegno intimo con la segretaria, non è da meno del suo collega della base. In lui la paranoia anticomunista sembra più lucida, ma lo sguardo demente e la disinvoltura con cui calcola morti previsti a decine di milioni lo smentiscono perfino agli occhi del Presidente degli Stati Uniti (ancora Sellers) che, ignaro di tutto, nella sala della guerra tenta di salvare la pace convocando l'ambasciatore russo e attaccandosi al filo diretto per un esasperante e buffissimo dialogo con l'amico Premier, sbronzo in bordello sovietico. Ma il Falco non demorde, e attinge la sfera del sublime nel momento in cui realizza che un suo aereo sta volando indisturbato verso la mèta: con quale brio, allora, ne mima le evoluzioni fatali!
Quanto al comandante del B-52 (che il trasformista Sellers era già pronto a impersonare, cedendo poi il ruolo al caratterista western Slim Pickens), è un cowboy texano, intrattenibile rodomonte che inforca la bomba come un cavallo e, agitando il suo cappellaccio in segno di esultanza, si precipita sull'obbiettivo come nell'orgasmo più riuscito.

Consigliato: capolavoro, un must per i fan di Kubrick, un film che fa riflettere tutti.
Voto: 9,5

The Millionaire

The Millionaire (Slumdog Millionaire) è una commedia drammatica girata in India e diretta da Danny Boyle, molto creativa, intelligente, emozionante e intrigante, che utilizza uno dei quiz show più famosi al mondo per raccontare domanda dopo domanda la storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, ma più in generale la storia di una nazione in pieno sviluppo, l’India, che tra tradizioni e modernità vive di contraddizioni e di sogni.
E’ davvero difficile trovare un difetto in un film, che riesce a raccontare attraverso l’occhio di un occidentale la storia di un Paese, ancora diviso in caste, dove l’unico modo per evadere, per la maggior parte della popolazione è quello di guardare Chi vuol essere milionario e sognare di vincere: stilisticamente è quasi ineccepibile, con tutte le caratteristiche al punto giusto, dalla scelta delle inquadrature (specialmente all’inizio quando, con poche scene riesce a descrivere l’ambientazione del film, alternando riprese dall’alto a riprese da terra, primi piani a piani lunghi e lunghissimi) a quelle del montaggio (rallenty, rewind, campo e controcampo), dalla scelta degli attori (Dev Patel ha un’espressività fuori dal comune, ma lo stesso conduttore del quiz è meschino, antipatico e brillante al punto giusto) a quella dei titoli e delle didascalie (apprezzabile anche il balletto finale in omaggio a Bollywood).
Una menzione speciale merita la storia: l’escamotage di usare i flash back per narrarla è azzeccata ed utile al fine e riesce a conferire particolare importanza alle storie secondarie (quella di Salim, che diventa braccio destro del boss, quella di Latika, donna oggetto per tutti, ma non per Jamal, quelle del gruppo di bambini cresciuti in mezzo alla strada e quelle dei malviventi, che sfruttano la povertà e l’ignoranza della popolazione).
Un gran bel film che sicuramente resterà per sempre nella storia del cinema indiano.

Consigliato: eccome.
Voto: 8

Cooming Soon

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