
Tutto ha inizio quando un vecchio inventore (Vincent Price), alle prese con macchine esageratamente complesse atte a rompere un uovo o cuocere dei biscotti, decide che sia giunto il momento per gettarsi in progetti più ambiziosi: è così che crea un uomo in carne ed ossa, con un suo cervello, un suo cuore, una sua anima. Un uomo completo di tutto, eccetto che delle proprie mani. La morte improvvisa ha infatti colto l’inventore un attimo prima che egli dotasse la sua creatura di veri e propri arti, lasciandolo così con due curiosi bouquet di lame. Di forbici, per la precisione.
Edward, è questo il nome che gli fu dato, rimane da solo, chiuso in un tetro castello gotico ai piedi del quale sorgeva un classico e piatto quartiere suburbano, uguale a centomila altri. Ma giunge infine il giorno in cui Edward abbandonò la sua isolata e solitaria residenza.
Peg (Dianne Wiest), una venditrice porta a porta di cosmetici Avon, alla disperata ricerca di clienti, si spinge oltre le inviolate colonne d’Ercole che cingono il castello e vi entra. L’impatto con l’impacciato e timidissimo Edward non è semplice per nessuno dei due, ma forte del suo buon cuore e della convinzione che il mondo necessiti di più altruismo, Peg salva Edward dalla solitudine e lo invita a vivere nella sua casa.
La vita in provincia, dove l’omologazione al prossimo è la virtù prima, per Edward, emblema del Diverso con quelle sue assurde mani armate, non sarà mai facile. La reazione della comunità nei confronti del curioso nuovo venuto non tarda a palesarsi: tutti infatti vogliono conoscere l’uomo con le mani di forbici, ed approfittare delle sue straordinarie abilità. Edward, infatti, si rivela un formidabile parrucchiere, potatore, tosatore. Egli eccelle in qualunque attività in cui possa sfruttare l’innata manualità con le lame e dimostrare la sua immensa creatività. Già alle prime inevitabili incomprensioni però, si evidenzia subito come le masse siano allergiche alla diversità: si comincia col dubitare, si passa al diffidare, si finisce con l’isolare. L’ostracismo è la soluzione definitiva.
Assolutamente funzionale ai bisogni tematici, la scenografia ha rappresentato un punto focale per Tim Burton: da semplice sfondo, tutti gli elementi che in altre produzioni fanno solo da contorno all’atmosfera, qui prendono vita e trasmettono messaggi: ampie strade desertiche, giardini totalmente spogli, residenze tutte uguali color pastello sgargiante, finestre piccolissime (scelta stilistica per suggerire un senso di paranoia). Burton ha dato vita ad un piccolo mondo atemporale ed aspaziale, quasi finto nella sua estremizzazione del qualunquismo di massa. Tutto è uguale a se stesso, e nulla è fuori dalle righe. L’unico neo in questa apatica ed omogenea comunità è Edward. Antidoto alla piattezza, le sue siepi scultoree sono opere d’arte che colorano un disegno altrimenti grigio. Per la città passeggiano cani da lui tosati, che rendono orgogliosi i loro padroni da lui pettinati. Edward è una creatura visionaria: eclettica, timida, quando può dare sfogo alla sua creatività si trasforma in un grande artista. Gli utensili della sua arte sono le ambivalenti forbici: armi da un lato, taglienti e distruttive, si trasformano nel più dolce pennello nelle mani di un anacronistico pittore. Edward rappresenta il genio, spesso incompreso dai più. Colui che va controcorrente seguendo la sua strada, e con essa si allontana fra gli sguardi indifferenti e un po’ stupiti della gente comune.
Edward mani di forbice rappresenta anche un’opera autobiografica. Tim Burton ha spesso affermato come da piccolo abbia avuto molti problemi a farsi delle amicizie, soprattutto a causa di una certa incomunicabilità con gli altri bambini. Era come se tutti lo evitassero, si sentiva diverso ed isolato. E da ciò nasce il personaggio di Edward, un timido uomo incapace di avvicinare altre persone senza rischiare di far loro del male, ma al tempo stesso dotato di un grande animo, e una grandissima voglia di amare.
Grande interpretazione dell’intero cast, fra i quali poi spiccano il grande amico di Tim Burton, Johnny Depp, che interpreta un trasognato Edward, con quel suo perenne sguardo intimorito come se si trovasse catapultato in una realtà che non gli compete, e la bravissima Dianne Wiest, già vincitrice di due statuette d’oro agli Academy Awards, la cui interpretazione dell’esteta Peg è assolutamente impeccabile.
Senza dubbio il capolavoro più riuscito di quel geniale regista che è Tim Burton.
Stupendo.
Consigliato: consigliatissimo.
Voto: 9